Mer. Ott 5th, 2022

L’opera  rappresenta un  paesaggio assolato, campestre con contadini in un camp, sullo sfondo si vede chiara una città. È stato dipinto con colori a olio su tavola le dimensioni sono in centimetri sono: 18 X 24 circa. In basso a dx si legge chiara la firma “Claude Monet e l’anno 1876”. L’aspetto generale rimanda a un’opera tipica del primo impressionismo.

L’opera in oggetto è un chiaro esempio della ricerca che formò l’estetica degli impressionisti nella seconda metà del XIX secolo. Il dipinto è in ottimo stato di conservazione nel retro si legge una cifra scritta con la matita blu, probabilmente un numero d’inventario (509). La pennellata è sottile, data a tratti veloci, ma ponderati, più spessi quelli del fondo, più sottili, stesi a velare i precedenti, quelli della superficie che donano una vibrazione luminosa all’insieme. Mirabile è la consequenzialità dei toni strutturati perché si fermi e formi nell’osservatore quell’attimo che per mezzo dell’artista resterà impressionato per sempre nella memoria. L’opera è un chiaro esempio della filosofia estetica impressionista, è importante osservare che la struttura dell’opera richiama a una composizione pittorica del periodo in cui Pierre Auguste Renoir e Claude Oscar Monet dipingevano insieme. È come se l’effetto atmosferico che realizzava Renoir alla fine degli anni 60 sia in quest’opera ripercorso da Monet.  Non esiste disegno preparatorio sottostante alle pellicole pittoriche, è come se l’obiettivo primario fosse stato fissare l’impressione di quel paesaggio soleggiato, il paese sullo sfondo e i contadini al lavoro.  

 Claude Oscar Monet nacque a Parigi il 14 novembre del 1840, secondo figlio di Claude Adolphe e Luise Justine Aubreée. Dopo soli cinque anni dalla sua nascita, la famiglia si trasferì a Le Havre, una cittadina della senna marittima in Normandia,  dove una sorellastra del padre deteneva un commercio di articoli marittimi. Monet, trascorse una fanciullezza agiata e all’aria aperta, coltivò un amore viscerale per i paesaggi normanni, le campagne e il mare; fu quest’amore che probabilmente formò la sua coscienza artistica. Già a quindici anni, cominciò ad avvicinarsi al mondo del disegno realizzando delle caricature degli abitanti della città. La scuola non aveva per Claude alcun interesse, i quattro anni trascorsi al collège communal di Le Havre non fecero altro che creare in lui uno spirito di ribellione, scrisse cinquant’anni dopo: “…ero un ragazzo naturalmente indisciplinatoanche nella mia infanzia odiavo obbedire alle regole … Vivevo la scuola come una prigione e odiavo trascorrere il mio tempo lì, anche se per sole quattro ore giornaliere”.  Il suo ambiente felice era l’aria aperta, “dove il sole era allettante, il mare affascinante, e dove era semplicemente meraviglioso correre lungo le scogliere, o magari sguazzare nell’acqua”.  Scrivono i primi biografi che aveva una personalità affascinante e un bel senso dell’umorismo.

A 17 anni rimase orfano della madre, lasciò il collège e cominciò a litigare col padre che considerava la passione artistica del figlio un fallimento. Scrisse Monet che se in adolescenza non abbandonò le sue ambizioni artistiche per darsi al commercio insieme al padre fu solo grazie alla zia Lecadre, la quale per colmare il vuoto lasciato dalla morte del marito Jacques  decise di iniziare a dipingere con verve “come solo le donne sposate sanno fare”.

Ma già nella prima metà del 1850, mentre studiava, aveva conosciuto il pittore Eugène Boudin, il quale divenne suo mentore e gli insegnò moltissimo a proposito dell’arte e della pittura. Nel 1857 si trasferì a Parigi, studiò all’Académie Suisse e fu qui che conobbe altri pittori Delacroix, Courbet e Pissarro, oltre che il critico e poeta Baudelaire che completarono la sua conoscenza sull’arte della pittura e la rappresentazione.  

Eugène Boudin gli insegnò a guardare la natura e a carpire col disegno e col colore quei particolari che il “chiuso di un atelier “non avrebbe potuto mai rivelargli. Fu lui a convertire la passione di Monet in essenza artistica, e fu questi a infondere in lui l’amore per la pittura en plein air: scrive Eugène Boudin a Monet “È ottimo come inizio, ma presto ne avrai abbastanza delle caricature. Studia, impara a vedere e a disegnare, dipingere, fare paesaggi”.

Nel 1859 a Parigi era l’anno del Salon e i maggiori artisti francesi, ma non solo, erano confluiti nella Ville Lumiere. Monet scrisse a Boudin “Non potete credere quale interesse troverete venendo subito a Parigi. C’è un’esposizione di dipinti moderni che comprende le opere della scuola del 1830 e che prova che non siamo tanto in decadenza come si dice. Vi sono diciotto Delacroix splendidi […]. Vi sono altrettanti Decamps, una dozzina di Rousseau, di Dupré, vi sono anche da sette a otto Marilhat […]. E poi sappiate anche che il solo buon pittore di marine che noi abbiamo, Jongkind, è morto per l’arte: è completamente folle. […] Ho dimenticato di dirvi che Courbet e Corot brillano anche in quest’esposizione, così come Millet.

Monet, ammirò i pittori accademici come Constat Troyon, ma annotò la pesantezza delle ombre troppo nere. Troyon ammirò i pregi cromatici intessuti da Monet e fece pressione affinché egli si iscrivesse presso l’atelier di Thomas Couture, artista d’impronta accademica che nel 1847 aveva stupito il pubblico del Salon con la sua opera I romani della decadenza. Couture, era fedele alla tradizione accademica, e molto scettico verso gli sperimentazione pittorica promossi da Monet, per cui  non gli permise di essere ammesso ai suoi corsi, le fonti annotano che tra le motivazioni c’era anche l’indigenza economica, che affliggeva il ventenne Monet. Ma d’altronde, neanche Monet desiderava chinare il capo ad un artista troppo legato ai convenzionalismi borghesi e pertanto non esitò ad iscriversi all’Académie Suisse, una scuola d’arte privata fondata a Parigi da Charles Suisse, un pittore seguace di David. Fu in questa scuola che Claude poté sperimentare liberamente i propri progetti artistici. Fu ricordando quel periodo che scrisse:” È lì che ho conosciuto quasi tutte quelle persone di cui parla Firmin Maillard nel suo libro Les Derniers Bohémes, ma soprattutto Firmin Maillard, Albert Glatigny, Théodore Pelloquet, Alphonse Duchesne, Castagnary, Delvau, Daudet, e altri cattivi soggetti come me…”. 

Nel 1861 fu precettato per prestare il servizio militare, una legge del tempo, poteva evitare al giovane precettato il servizio alla patria purché si pagassero 2500 franchi così da retribuire un sostituto. I genitori di Monet potevano permettersi di pagare, ma chiesero al figlio di lavorare nella drogheria di famiglia per colmare il buco finanziario che si sarebbe venuto a creare: Claude, non ebbe dubbi, si legge nelle fonti, non era affatto disposto di smettere seppur temporaneamente. Si arruolò nel Reggimento dei Cacciatori d’Africa, di stanza ad Algeri, città ebbi per al sua formazione artistica un ruolo molto importante. Gli scritti narrano di una ammirazione quasi poetica del soggiorno algerino. Scrisse: “non sono scontento di vestire l’uniforme”: a Mustapha, villaggio presso il quale si era poi stabilito con gli altri camerati, egli in effetti scrive che trascorse “un periodo genuinamente meraviglioso”.

Pensavo solo a dipingere, tanto m’inebriava quello stupendo paese”. La sua salute si aggravò a causa di una caduta da un mulo, fu rimpatriato in Francia, a Le Havre, per un breve periodo di convalescenza.

A le Havre, non trovò più il maestro Boudin si ritrovò a dipingere da solo, tuttavia conobbe un pittore di marine di origine olandese, Johan Barthold Jongkind, questi era solito riprodurre il paesaggio in bozzetti a matita e acquarelli che poi definiva sulla tela nello studio, conservando la freschezza della prima osservazione, l’impressione. Quest’ amicizia fu fondamentale per Monet perché fu esortato a intraprendere con più impegno una formazione che lo portò a produrre opere mirabili.

La convalescenza era ormai conclusa e Claude Monet doveva ritornare ad Algeri ma il padre questa volta fu disposto a pagare i 2500 franchi richiesti per l’esonero dal servizio militare purchè il figlio potesse migliorare i proprio fare artistico. Voleva vederlo lavorare in un atelier sotto la guida di un maestro celebre. Monet, chiese  al pittore Auguste Toulmouche, di dare un giudizio sula sua preparazione, sulla capacità e sulle competenze dipinse soto gli occhi di Toulmouche una natura morta, che lo entusiasmò : “È ottimo, forse un po’ vistoso […] sei veramente promettente, Claude, ma devi spendere le tue energie con più saggezza … giovane uomo, hai definitivamente talento. Devi entrare in un atelier”. Su consiglio di Toulmouche iniziò a frequentare l’atelier di Charles Gleyre, una che aveva la capacità di strutturare il dipinto con una pennellata lieve, graziosa, fine, sognante, alata» some avesse qualcosa d’immateriale presso, quasi che la pittura rifulgesse dell’atmosfera naturale. Era il 1863 e fu un periodo importante perché perfezionò gli aspetti tecnici della sua pittura, del disegno, della pittura a olio. Importanti per l’evoluzione pittorica di Monet furono gli incontri  con Pierre Auguste Renoir, Alfred Sisley e Jean Frédéric Basille, artisti che come lui sperimentavano un fare arte nuovo che si opponeva al fare accademico che loro reputavano sterile. Fu con questi artisti che nella primavera di quell’anno si recò a Chailly-en-Bière, nel cuore della foresta di Fontainebleau, come tempo addietro fecero Corot, Daubigny e Rousseau che si avvolgevano nella vegetazione e prendevano ispirazione direttamente dalla natura, riportando nei dipinti un’interpretazione reale scevra di quella ampollosità che caratterizzava il paesaggisti tradizionali.

Monet si esercitò a lungo nella foresta di Chailly poi con Bazille e Honfleur raggiunse l’estuario della Senna, per poi dipingere agli scorci di Saint-Adresse, Rouen, fino a far ritorno a Chailly. Fu in questo periodo che conobbe Gustave Courbet, considerato il saggio creatore del realismo in pittura, scrisse Monet: “Courbet dipingeva sempre su fondi scuri, su tele preparate col marrone, comodo procedimento che tentò di farmi adottare. Là sopra, diceva, potete disporre le vostre luci, le masse colorate e vederne subito gli effetti”. Ma oltre a Courbet incontrò l’opposizione del padre che in seguito a una furibonda lite cessò di inviargli denaro, fu grazie all’interessamento di Courbet se Monet poté dedicarsi, comunque, alla pittura con una passione ancora più intensa: fu in questo periodo che iniziò a firmarsi come Claude.

Monet fu molto colpito dallo scandalo che in quello stesso anno scosse Parigi con la Colazione sull’erba di Édouard Manet, quadro che era palesemente contro le prescrizioni accademiche. fu letteralmente affascinato dall’invenzione di Monet tanto che decise di realizzare una serie di quadri che fossero conseguenza dell’esperimento di Manet. Queste opere furono molto apprezzate dai critici del Salon lo ricordiamo con questi titoli: La foce della Senna a HonfleurLa punta della Héve con la bassa mareaLa foresta di Fontainebleau e Camille in abito verde. Non ebbe successo invece la Colazione sull’erba, replica dello scandaloso dipinto manettiano, l’opera fu duramente criticata anche da Gustave Courbet.

Dal 1864 e l’870 Monet realizzo opere rigorosamente en plein air, in quest’opere è evidente sia il realismo courbetiano che il nuovo naturalismo di Manet. L’impegno di Monet e di Renoir in questo periodo fu quello di considerare gli stessi meccanismi che regolano la visione umana: era un’ambizione, forse, troppo alta, tanto che i suoi maggiori capolavori di questo periodo, si pensi a La colazione, non furono accettati ai Salon. Monet, tuttavia, non era solo molti approvavano la sua ricerca ed altri come Renoir, Bazille e Degas la esercitavano. Il 28 giugno del 1870 si sposò con Camille Léonie Donciuex una giovane ragazza di Lione,  ebbero un bimbo, Jean.scrise auguste Renoir in questo periodo “Sto quasi sempre da Monet […]. Non tutti i giorni si mangia. Tuttavia, sono contento lo stesso perché, per quel che riguarda la pittura, Monet è un’ottima compagnia”.TraMonet e Renoir ci fu un’amicizia fervida, vitale visibile anche nei dipinti che crearono l’uno a fianco all’altro come ad esempio l’isolotto della Grenoullière. Era un piccolo ristorante, affiancato da uno stabilimento balneare e collocato sulle rive della Senna, a poca distanza da Parigi.  Per Monet e Renoir era però un ottimo pretesto per sperimentare la nuova rappresentazione che quegli anni insieme studiavano, era una osservazione sulle variazioni degli effetti della luce, del pulviscolo dell’atmosfera dei colori che viravano con le ombre e con le luci. Era l’estate del 1869, Monet e Renoir si recarono presso l’isolotto, piazzarono i propri cavalletti l’uno a fianco all’altro, e realizzavano ognuno la propria Grenoullière. Il confronto tra le due opere è tutt’ora indispensabile per avere piena comprensione il linguaggio estetico di queste due grandi personalità artistiche.

Nel 1870 Monet si rifugiò a Londra per evitare di essere arruolato e combattere nella sanguinosa guerra franco prussiana. Partì invece Bazille e morì in combattimento. A Londra Monet conobbe Daubigny, un artista che gli fece conoscere il proprio gallerista Paul Durand Ruel, anch’egli fuggito a Londra 

Fu grazie di Durand Ruel, che Monet strinse amicizia con Camille Pissarro con il quale visitò i musei londinesi approfondendo così Turner, Gainsborough e Constable. Non riuscì ad esporre alla Royal Academy Monet ma lavorò molto e fissò nei suoi quadri i riflessi manati dal fiume Tamigi e dai vari parchi londinesi.  I trattati di pace del 1871 permisero a Monet, Pissarro e gli altri esuli francesi. Di rimpatriare. Tuttavia Monet giunse in Olanda a Zaandam, scrisse: “ è un paese molto più bello di come si ritiene comunemente»: visitò il Rijksmuseum il  22 giugno ed dipinse i mulini a vento, i canali ed il paesaggio olandese, scrisse Gérard-Georges Lemaire  […] a Zaandam Monet dipinse te dove rivela una grande libertà stilistica e un marcatissimo distacco nei confronti del soggetto, che non ha più niente di pittoresco, singolare o naturalista, ma non è più altro che un veicolo per meditazioni plastiche, non esiste se non al termine di trasposizioni pittoriche che si susseguono e dalle quali trae il suo valore emotivo e poetico” 

Nell’ottobre del 1871 Monet tornò in Francia fu per un breve periodo a Parigi, in questo tempo ristabilì l’antica e solida amicizia con Renoir e Pizzarro, fu in questo tempo che inconsapevolmente posero le basi per quel movimento rivoluzionario che fu l’Impressionismo. Parigi aveva cambiato volto e non lo affascinava più, poi ci furono due notizie tristi, la prima la morte dell’amato Bazille poi l’incarcerazione di Courbet per via del suo sostegno alla Comune. Lasciò Parigi per stabilirsi in un sobborgo agreste, Argenteuil un paese che rispondeva perfettamente alla sua ricerca e al bisogno di “rinascere”.  Argenteuil è un villaggio situato sulla riva destra della Senna di notevole interesse storico ed architettonico che godeva di un’importata attività di coltura della vite e velistica. Ad Argenteuil fu presto raggiunto da Renoir, Sisley e Caillebotte, il gruppo, dicono le note, creò subito armonia e Monet raggiunse subito la pienezza della sua potenza artistica: la sua pennellata cominciò a farsi più mobile e vibrante, assumendo un carattere virgolato, fine e sovrapposto particolarmente congeniale per una resa più veritiera della luce, dei riverberi di essa sulle cose, sugli effetti cromatici che con il passare del tempo la luce genera sugli elementi naturali. I biografi sono concordi nell’indicare in questo periodo il grande splendore artistico di Monet. i collezionisti e i mercanti reclamavano le sue tele e lui poteva finalmente godere finalmente di una situazione di fiducia, e di benessere economico. Per cogliere con maggiore immediatezza i riflessi e i riverberi della luce sull’acqua della Senna costruì con l’aiuto di Caillebotte un atelier flottant, ovvero in uno studio in un’imbarcazione con il quale poter dipingere in mezzo al fiume.

Il gruppo di Argenteuil sentiva il bisogno di mostrarsi al pari dalle istituzioni ufficiali pesarono quindi di organizzare una mostra artistica nei locali di un vecchio studio fotografico di proprietà di Gaspard-Félix Tournachon meglio cnoscito con lo pseudonimo di Nadar. Il 15 aprile 1874 esposero trenta artisti, oltre a Monet, c’erano anche Degas, Cézanne, Boudin, Pissarro, Berthe Morisot, Renoir e Sisley. Tra i dipinti esposti da Monet c’era,  Impressione, levar del sole, l’opera che fu accolta con scherno da un gruppo di osservatori  scandalizzati dalla composizione non accademica e dal cromatismo eccessivo che Monet aveva realizzato. Il critico più violento fu Louis Leroy, autore del seguente brano, apparso sul Le Charivari: “Ah, eccolo, eccolo!” esclamò dinanzi al n. 98. “Che cosa rappresenta questa tela? Guardate il catalogo”. “Impressione, sole nascente”. “Impressione, ne ero sicuro. Ci dev’essere dell’impressione, là dentro. E che libertà, che disinvoltura nell’esecuzione! La carta da parati allo stato embrionale è ancor più curata di questo dipinto”.(Louis Leroy)

Leroy non scalfì nemmeno un poco l’orgoglio del gruppo, Monet e gli altri artisti decisero dopo quella prima mostra decisero di adottare il nome di «Impressionisti», accettando con provocatoria ironia un aggettivo Leroy, aveva invece scritto con propositi assolutamente denigratori. Il pubblico parigino fu scandalizzato dall’aspetto delle opere esposte, nel romanzo L’Œuvre diZola si legge: “Il riso che si udiva non era più quello soffocato dai fazzoletti delle signore e la pancia degli uomini che si dilatava quando davano sfogo alla loro ilarità. Era il riso contagioso di una folla venuta per divertirsi, che progressivamente si andava eccitando, scoppiava a ridere per un nonnulla, spinta all’ilarità tanto dalle cose belle che da quelle esecrabili”.

Ma è anche vero che se una parte della critica riteneva Monet e gli altri Impressionisti dei dilettanti che non sapevano tenere in mano un pennello, un’altra parte apprezzava l’iniziativa di questo gruppo di giovani e sottolineavano la spontaneità e l’originalità, lo studio adoperate per una nuova rappresentazione della natura e delle cose. Fra chi scrisse  note positive c’era Jules Antoine Castagnary, che accettando il neologismo di “Impressionisti”  scrisse: “…sono impressionisti nella misura in cui non rappresentano tanto il paesaggio quanto la sensazione in loro evocata dal paesaggio stesso. E proprio questo termine è entrato a far parte del loro linguaggio […]. Da questo punto di vista hanno lasciato alle loro spalle la realtà per entrare nel regno del puro idealismo. Quindi la differenza essenziale tra gli impressionisti e i loro predecessori è una questione di qualcosa in più e qualcosa in meno dell’opera finita. L’oggetto da rappresentare è lo stesso ma i mezzi per tradurlo in immagine sono modificati […]».

Ma nonostante gli apprezzamenti non troppo enfatici, di Castagnary la prima esposizione impressionista fu un totale insuccesso. A Maggio del 1874 Monet, Renoir ebbero non solo la consapevolezza del fallimento della mostra ma anche di un severo deficit finanziario. Fu Renoir, che ebbe l’iniziativa, quasi un anno dopo, il 24 marzo 1875, ad organizzare con il gruppo un’asta pubblica all’Hôtel Drouot, lo scopo era essenzialmente quello di far fronte ai problemi economici che avevano tutti. La dura recensione del critico Albert Wolff faceva presagire un altro fallimento, scrisse Wolff: “L’impressione che danno gli impressionisti è quella di un gatto che passeggia sulla tastiera di un pianoforte, o di una scimmia che si è impossessata di una scatola di colori”. L’asta che aveva come banditore Durand Ruel, andò male, Monet con i franchi ricavati dalle poche opere vendute non riuscì a pagarsi il costo delle cornici. Il carico fu aggravato anche dall’improvvisa e terribile malattia che aveva colpito la moglie Camille. Scrisse a Manet il 28 giugno 1875: “Sebbene io abbia fede nel futuro, il presente è veramente difficile da affrontare”. Tuttavia, nè lui né il gruppo si scoraggiarono e nell’aprile 1876, nonostante il fallimento della prima mostra due anni prima, Monet organizzò la seconda esibizione impressionista, proponendo diciotto quadri, fra i quali La giapponese. l’ostilità della critica e del pubblico anche in quest’occasione fu tremenda ma Monet riuscì a guadagnare anche se poco ed ebbe il supporto di Émile Zola, il quale scrisse che il pittore egli era “innegabilmente il capogruppo” “il suo pennello che si distingue per uno straordinario splendore”, Castagnary, elogiò i ragazzi e scrisse: “dell’immenso sforzo verso la luce e la verità.” In questo periodo da febbraio del 1876 è ad Argenteuil, i documenti annotano che gli fece visita Cezanne. In questo periodo la pennellata lascia i tocchi grossi con cui si era espresso nelle opere eseguite nelle compagne olandesi, o con cui aveva composto la Grenouillère per caratterizzarsi con descrizioni di pennellate sottili, sovrapposte che fanno pensare ad una inflenza del modus operandi di Renoir. Nelle opere che lui dipinge dal 1876 al 1890 la stesura cromatica è più precisa, sottile. È evidente lo studio scientifico della luce e dei colori complementari come pure è evidente l’analisi delle risultanze delle cromie  sull’occhio di chi osserva. Aveva fattounas mirabile sintsi delle tecnica di Renoir e delle teorie sulla percezione di Alfred Sisley. I colori sono intensi, corposi ma elaobrati e rifiniti da velature più chiare. L’imagine risulta dimanica quasi che il pittore abbia voluto fermare l’istante perché il tempo si sospenda e l’impressione rimanga a memoria. Ne sono un esempio i “gladioli” e “panorama del parco Monceau” entrambi del 1876.  L’opera in oggetto è sì di piccole dimensioni ma di grande fascino e interesse. Raffigura una scena agreste con tre contadini intenti nel lavoro nei pressi di Argenteuil. Come si è già scritto, la cittadina, fu costruita sulla riva destra della Senna ed è nota per il carattere storico bei palazzi. Monet, ad Argenteuil raggiunse subito la pienezza stilistica con tocco vibrante, dinamico capace di descrivere gli effetti cromatici della luce. Un tocco che influenzò pochi anni più tardi Vincent Van Gogh ne sono evidenza alcuni autoritratti.  Innamorato di questa luminosità che rispecchiava sull’acqua della Senna Monet trovò effetti di luminescenze per lui del tutto nuovi, costruì insieme al pittore Caillebotte un atelier flottant, ovvero uno studio galleggiante con il quale potevano dipingere in mezzo al fiume per immergersi nel massimo brillio della luce. L’opera esposta raffigura uno spaccato particolare di questo periodo. Monet indaga infatti una scena agreste lasciando lo skyline del paese sullo sfondo. Dall’intensità dei riflessi dell’acqua ora fissa la luce vibrante del verde dei campi che si perde a vista d’occhio, interrotto solo da tocchi di bruni che segnano la diversa composizione delle colture. La sottile striscia di cielo che lambisce la parte superiore del dipinto, è mossa dalle nuvole dipinte con pennellate morbide. Questa fascia di cielo è uno spazio realizzato con pennellate veloci e poco descrittive che non regge il confronto con la distesa del verde del prato che sembra essere un mare. Dipinto a pennellate sottili che s’intrecciano e strutturano l’idea stessa dello spazio agreste, quest’opera evoca odori, profumi ed essenze. Il pittore usa una spazialità circolare che apre il movimento dal centro verso destra, guidando così lo sguardo dello spettatore verso il fondo dell’opera occupato dallo scorcio urbano.  Argenteuil rimane appena abbozzata vengono definite le linee dei tetti dei palazzi e l’imponente campanile, rappresentato anche in altri dipinti, che si erge ai margini della cittadina. Al centro della scena, troviamo un uomo col cappello di paglia, inarcato e con le braccia protese in avanti. Questo contadino è trainato da altri due braccianti. Tramite due corde i contadini tirano a spalla, con sforzo e fatica, l’erpice a maglia, uno strumento utilizzato per rompere il manto erboso e per disossare la terra nei campi dopo l’aratura ma anche. Spesso sul telaio dell’erpice venivano messi dei pesi per aumentare la pressione sul terreno da lavorare, in mancanza di questi si faceva salire un contadino che veniva così trainato da altri contadini. Anche in una lettera di Van Gogh ritroviamo uno schizzo a china in cui l’artista olandese rappresenta un uomo nei campi intento a trainare un erpice a maglia. Mirabile è la capacità di Claude Monet di rendere l’atmosfera luminosa che pervade l’opera come se la luce fosse anche emanazione dell’aria e il tutto non fosse altro che vibrazione iridescente. Da notare nelle foto dei particolari collocate nelle pagine successive, la cura e con cui l’erba il cielo e il paese sono stati armonizzati con pennellate dense di fondo e trasparenti in superficie, è l’evoluzione dell’indicazione data da Cuorbet(“Là sopra, diceva, potete disporre le vostre luci, le masse colorate e vederne subito gli effetti”).  Da notare, ancora, come la complementarità dei colori sia stata considerata, in quest’opera come in altre di questo periodo, in modo e maniera che il tutto potesse rendere l’idea di un attimo di vita eternato dalla pittura.  

I campioni presi per le analisi sono cinque, due sul retro e tre sul davanti rivelano materiali perfettamente attinenti ai materiali e agli utensili usati dal Maestro.

Prof. Alberto D’Atanasio